Il vignettista politico, artista e attivista culturale sudanese Khalid Albaih è conosciuto in tutto il mondo per le sue vignette pubblicate con il nome Khartoon! ironica e brillante crasi tra crasi tra Kartoum (città sudanese dove Albaih è cresciuto), la parola inglese "cartoon" (fumetto) e il nome dell' artista. I suoi disegni, essenziali, taglienti e spesso privi di parole, hanno circolato a livello globale durante momenti politici cruciali, dalla Primavera araba alla rivoluzione sudanese.
Parallelamente alla sua pratica di vignettista, Albaih ha sviluppato progetti editoriali e artistici che esplorano storia, memoria e narrazioni politiche, tra cui il volume collettivo Sudan Retold (Hirnkost, 2019), co-firmato insieme a Khalid Albaih e Larissa-Diana Fuhrmann. Per wetlands, Khalid Albaih ha realizzato la graphic novel Zugag. Diario di uno straniero professionista (wetlands, 2026), pubblicato in Italia lo scorso 13 marzo e parte della collana afterwords. Per questa intervista, lo abbiamo invitato a rispondere non solo con le parole, ma anche, quando possibile, con i suoi stessi disegni.
Inizi. Quando hai capito per la prima volta che il disegno satirico politico poteva essere il tuo linguaggio? A che età hai iniziato a disegnare?
Non ricordo un momento in cui ho deciso di disegnare vignette politiche. Era già lì.
Disegnavo da bambino in Sudan, poco incline allo sport. Disegnavo quando mi mancava mio padre mentre era in prigione per motivi politici. Disegnavo quando ha lasciato il paese. Disegnavo quando la mia famiglia si è trasferita a Doha.
Ho continuato a disegnare quando ho scoperto la satira politica. Mi ha dato un modo per capire come il disegno potesse parlare di questioni reali. Ho continuato a disegnare quando ho studiato design, quando il disegno è diventato non solo espressione, ma anche funzione. Ho continuato a disegnare attraversando la frustrazione dell’età adulta, osservando altre persone come me cercare di spingere per il cambiamento, ciascuna a modo proprio. Alcuni scendevano in piazza. Altri scrivevano. Io disegnavo.
Continuo a disegnare ancora oggi, da genitore.
Non è mai stata una decisione. È un linguaggio. Un linguaggio che mi ha aiutato a capire ciò che accadeva intorno a me e, in qualche modo, a raggiungere altre persone, in diverse parti del mondo, che cercavano di comprendere le stesse cose.
Diaspora. Sei nato a Bucarest e cresciuto a Doha come parte della diaspora sudanese. In che modo vivere tra più luoghi ha plasmato il tuo sguardo sulla politica?
Essere sudanese a Doha, nato a Bucarest, significa essere sempre leggermente fuori posto. Impari a leggere rapidamente l’ambiente. Cosa si può dire qui. Cosa non si può dire. Cosa le persone presumono su di te prima ancora che tu parli.
La politica, per me, non è mai stata legata a un solo paese. Era un pattern. Cominci a vedere le stesse strutture ripetersi — potere, controllo, cancellazione — solo con accenti diversi. E io ero, quasi sempre, l’Altro. La distanza cambia il modo in cui sei testimone delle cose. Non sei completamente dentro, ma nemmeno fuori. Guardi il tuo paese attraverso le notizie, attraverso frammenti che cerchi di ricomporre. Quella distanza avvicina alcune cose e te, e ne fa perdere altre.
Sono anche cresciuto online. In un momento in cui quello spazio [digitale] sembrava aperto, plasmato da persone che credevano in una conoscenza condivisa e in una qualche idea di umanità comune.
Questo è cambiato.
Ora quello stesso spazio riflette gli stessi confini, le stesse paure e le stesse esclusioni.
Così, in un certo senso, sono diventato diasporico due volte.
Offline, e online.
Khartoon! Come nasce l’idea di pubblicare le tue vignette online con il nome Khartoon!? Come hai scelto questo medium?
Il nome è venuto naturalmente. Khartoum + cartoon + Khalid. All’inizio mi ha anche aiutato a restare anonimo, per ragioni di sicurezza. Non è durato a lungo.
Legava il lavoro al luogo da cui proviene, permettendogli allo stesso tempo di viaggiare. Un nome che potesse esistere oltre me. Ho sempre sentito che poteva crescere in qualcosa di più grande dei miei disegni.
Ed è quello che è diventato.
Oggi Khartoon! è anche una piattaforma. Una rivista per vignettisti sudanesi in diaspora dopo la guerra, che crea uno spazio in cui possano continuare a lavorare in modo indipendente, senza essere spinti verso la propaganda per sopravvivere. Esiste da quattro anni.
Vignette e rivoluzione. I tuoi disegni hanno circolato ampiamente durante momenti di protesta e cambiamento politico. Che ruolo può avere il disegno satirico nei momenti di rivoluzione?
Le vignette sono una forma di resistenza, non guidano le rivoluzioni. Fanno parte della struttura che si muove con le persone e riflette il sentimento del momento. La satira colpisce verso l’alto. Non sostituisce l’organizzazione.
Una vignetta semplifica senza ridurre. Può dire qualcosa con chiarezza, a volte più chiaramente di un lungo articolo o di un discorso — ma non li sostituisce. E, proprio perché è visiva, viaggia velocemente, attraverso lingue e confini.
Da quando ho iniziato a disegnare nel 2008, ho visto come i Khartoon si muovono nel mondo. Non solo online. Stampati, portati con sé, ricondivisi, remixati. Diventano solidarietà, un promemoria che queste lotte sono connesse. Ma c’è anche un limite.
Non proteggono le persone sul campo.
Non vincono una battaglia quando sono in gioco delle vite.
Immagini che viaggiano. Le tue vignette spesso circolano ben oltre il loro contesto originario. C’è un disegno la cui diffusione ti ha sorpreso più di altri?
Mi sorprendo ancora oggi a ricordare la prima volta che ho visto una mia vignetta sulla rivoluzione egiziana stencilata a Beirut e in piazza Tahrir. O quando ho visto un mio disegno utilizzato da un combattente dell’ISIS in Siria.
Il significato cambia a seconda di chi lo tiene in mano.
Ciò che gli permette di muoversi non è solo il disegno in sé, ma lo spazio in cui entra. Internet, in quel momento, lo rendeva possibile. Prima che algoritmi, profitto e censura prendessero il sopravvento.
Media oggi. Come ti relazioni al panorama mediatico contemporaneo? Come ti informi, e cosa ti affascina o ti frustra del modo in cui le immagini circolano online oggi?
Mi informo nello stesso modo in cui ho sempre fatto. Fonti multiple. Conversazioni. Seguire le persone sul campo. Cercare di leggere tra ciò che viene mostrato e ciò che manca.
Come mi relaziono al panorama mediatico oggi? Mi vedo sia come un "citizen journalist" sia come un artista. Il mio lavoro è una risposta a quel panorama.
Ciò che mi affascina è ancora la velocità. Quanto rapidamente un’immagine può circolare, e come possa plasmare un momento.
Ciò che mi frustra è come quel momento sia ora costruito e controllato per spingere agende e orientare l’opinione pubblica. Non è una novità — i giornali lo facevano già — ma ora è globale, costante e molto più veloce.
Sudan Retold. Questo tuo libro racconta la storia del Sudan attraverso arte e narrazione. Cosa ti ha spinto a iniziare questo progetto?
Ho sempre voluto realizzare una graphic novel sulla storia del Sudan. Ma mi sono reso conto che avrebbe riflesso solo la mia versione di quella storia. Così ho invitato altri a presentare la loro. Poi non volevo limitarlo al fumetto, quindi è diventato una narrazione artistica della storia più ampia.
Non una narrazione unica, ma una raccolta. Voci diverse, stili diversi, che costruiscono una storia frammentata. Una storia che riflette il modo in cui la viviamo realmente.
Riguardava anche l’accesso. Usare il fumetto e l’illustrazione per raggiungere persone che potrebbero non entrare in relazione con testi accademici o storie ufficiali.
Venezia e Zugag. La tua graphic novel "Zugag. Diario di uno straniero professionista" riflette su città, memoria e vita quotidiana. Durante il tuo tempo a Venezia hai trovato delle analogie con altre città e luoghi importanti in Sudan: puoi raccontarci di più?
Zugag è un diario del tempo che ho trascorso a perdermi a Venezia durante la mia residenza con wetlands.
Ho passato molto tempo a muovermi senza un piano. Perdendomi, seguendo percorsi che non portavano da nessuna parte. Per un momento, mi sono avvicinato a cosa significa essere locale. Qualcosa che per me ha un grande valore, dopo aver passato gran parte della mia vita come “lo straniero”. Così, ovunque vada, cerco somiglianze. Anche se esistono solo nella mia testa. Un modo per convincermi che sia possibile essere locali ovunque, anche se si è stranieri ovunque.
Venezia è spesso vista come un’immagine compiuta. Conservata. Quasi congelata. In un modo molto diverso, anche il Sudan dà la stessa sensazione.
È stato anche un momento difficile. Il Sudan, un paese che per anni ho sperato di vedere andare avanti dopo la rivoluzione, è tornato indietro in un’altra guerra. Ora sembra che stia scomparendo.
L’ultimo disegno. Qual è la vignetta più recente che hai realizzato? Potresti condividerla con noi?
L’ultimo disegno riguarda la guerra in Iran, e il modo in cui si è sviluppata nel mezzo di tutto il resto.
È nato osservando quanto rapidamente l’attenzione si sia spostata. Un momento si parlava dei file Epstein, di domande, pressione, responsabilità.
Poi, all’improvviso, la guerra.
Khalid Wad Albaih è un vignettista politico sudanese, attivista per i diritti civili, artista e giornalista freelance, cresciuto in esilio all’interno della diaspora sudanese a Doha, in Qatar. I suoi disegni e i suoi articoli sono stati pubblicati su alcuni dei principali media online internazionali, come Al Jazeera, The Guardian e The Continent, ed esposti in musei e mostre in tutto il mondo, tra cui Documenta 15 a Kassel (2022) e la Biennale di Sydney (2026).
Dal 2017 vive e lavora tra la Norvegia e il Qatar.
Instagram @khalidalbaih