Una conversazione con Francesco Danesi della Sala, intorno alle origini del suo percorso di ricerca e del suo sguardo antropologico.
Francesco Danesi della Sala è Dottore di ricerca in Antropologia culturale e sociale, autore di Nature ribelli. Viaggio nella metamorfosi climatica alle foci del Po (wetlands, 2025) e direttore editoriale di Alea, rivista indipendente di pratiche antropologiche.
Si occupa di questioni ambientali e crisi climatica, indagando i cambiamenti climatici anche come fenomeni sociali e culturali. Nel suo lavoro, scrittura, fotografia e ricerca sul campo si intrecciano come pratiche di osservazione e racconto.
Nel 2021 hai fondato Alea, una rivista di antropologia. Come è nata l’idea di questo progetto editoriale? Da quale necessità nasceva e che tipo di contributo volevi portare al dibattito antropologico?
Credo di aver mormorato la parola “Alea”, per la prima volta, nel 2020, durante il primo lockdown. In quel periodo conversavo spesso al telefono con l’amico e collega Pasquale Menditto, che era rimasto bloccato a Beirut in attesa di soluzioni logistiche per rientrare in Italia. In quel frangente, come tante persone, condividevamo una sensazione di smarrimento che non ci riusciva di decifrare. Ma soprattutto, accomunati dai nostri studi antropologici, lamentavamo l’incapacità della disciplina di penetrare nel dibattito pubblico. Sentivamo insomma l’esigenza di uno sguardo decentrato, ora empatico, ora pungente, pure polemico se necessario, che desse forma a un diverso racconto del presente e delle sue crisi, di cui il Covid-19 era solo un epifenomeno in un certo senso.
A posteriori, si trattava di un’insofferenza umorale che ovviamente celava una certa parzialità o infantilità. Ma, quasi per gioco, mormorai quella parola, accompagnata da un proposito: “Facciamola noi una rivista”. E, manco a dirlo, non avevamo la benché minima idea di come si facesse una rivista, men che meno delle sfide di un progetto editoriale indipendente. Per nostra fortuna ci siamo ritrovati a condividere le nostre riflessioni entro una cerchia di amicizie e nuove conoscenze che, sin da subito, hanno sposato l’idea, senza opporre alcun freno razionale e, anzi, nutrendolo con impegno e bizzarrie di ogni genere. Personalmente, è stato un momento in cui ho anche ritrovato l’ardore del fare, che per qualche tempo si era come spento: così ho ripreso a scrivere e a scattare foto, ad esempio. Per quanto riguarda Alea, la linea che abbiamo seguito inizialmente era orientata alla valorizzazione della ricerca antropologica, attraverso la sperimentazione di un linguaggio meno codificato e più aperto alla sperimentazione, orientata soprattutto al confronto interdisciplinare. Abbiamo realizzato sei volumi tematici in lingua italiana che hanno avuto un ottimo riscontro in Italia e, a livello di collaborazioni autoriali, anche all’estero. Dopo un biennio di pausa, nel 2025 abbiamo rinnovato il progetto e la direzione editoriale, passando a una pubblicazione annuale in doppia lingua italiano-inglese. Il taglio, decisamente più maturo, non è più focalizzato sulla ricerca antropologica in sé e per sé, ma fa della prospettiva etnografica una lente per interrogare in modo ancora più stringente la contemporaneità.
Se dovessi indicare una o due figure di antropologi o antropologhe che, secondo te, hanno saputo rinnovare la disciplina in un modo che ritieni illuminante e di esempio — chi citeresti, e perché?
Ho in mente diversi nomi, che poi sono soprattutto riferimenti personali. Penso ad esempio a James Clifford che ha reso esplicito ed esplorabile il legame tra etnografia e narrazione, quest’ultima intesa come forma di restituzione soggettiva, parziale, allegorica anche. Oppure a Tim Ingold, che ha tracciato un percorso speculativo originalissimo nel suo lavoro sul rapporto percettivo uomo-ambiente, restituendo all’antropologia un’autonomia di pensiero di cui in alcuni frangenti si avvertiva la mancanza. E poi Anna Tsing, che ha avvicinato la questione dell’Antropocene con una serie di interrogativi radicali che oggi nutrono gran parte della ricerca su queste tematiche. Senz’altro devo citare David Graeber, venuto a mancare proprio nel settembre del 2020. Alea gli ha dedicato un numero speciale nel 2023, presentando in lingua italiana una selezione di saggi che, a mio parere, restituiscono abbastanza fedelmente il suo pensiero e la sua sensibilità. Ricordo che, dopo una lavorazione alquanto travagliata, quando la tipografia ci notificò finalmente la conclusione della stampa mi trovavo in Islanda. Graeber ha dimostrato di sapersi muovere agilmente tra accademia, dibattito pubblico e attivismo politico, con una postura intellettuale squisitamente antropologica e un piglio retorico a metà tra il guastafeste e l’ottimista – e in tal senso, lo si potrebbe definire a buona ragione un trickster. La sua critica all’ortodossia capitalistica non si è mai limitata alla decostruzione, ad esempio, ma ha sempre cercato l’apertura di domande concrete, da mettere in gioco nell’arena della conversazione e del confronto collettivo, dell’azione diretta, della valorizzazione del pensiero eterodosso e anarchico. Un posizionamento peculiare, politicamente esposto, discutibile certo, ma sincero. Ha senz’altro dato la scossa a una disciplina che ancora oggi soffre di una certa pigrizia autoreferenziale.
Accanto alla ricerca antropologica, la fotografia occupa un ruolo importante nel tuo lavoro. Quando hai iniziato a fotografare e come si è intrecciato questo linguaggio con la tua ricerca sul campo?
Nel 2015, mi sembra, ho comprato la mia prima macchinetta analogica, una Yashica FX3 degli anni Novanta trovata usata su Ebay. Un amico, decisamente più bravo e competente di me, stava riscoprendo la fotografia su pellicola e fui contagiato da quel suo parlare di pose, ISO, aperture e quant’altro, per non parlare dei nomi dei rullini, che da soli bastavano a dischiudere mondi altri: Portra, Superia, Velvia, Ilford. In quel periodo iniziavo anche ad avvicinarmi al ciclismo su strada: avevo trovato una vecchia Bianchi da corsa con cui presi a girare per le valli bergamasche, sollecitando uno sguardo lento che rendeva decisamente più vividi certi particolari del paesaggio e del vivere quotidiano. A posteriori credo che la congiuntura di queste due cose mi abbia, inevitabilmente, portato agli scatti di Luigi Ghirri e alla scuola italiana del paesaggio, che ancora oggi rappresenta per me un archetipo essenziale. All’inizio, come spesso accade con le passioni più fresche, era tutto un gioco d’imitazione inconsapevole. In compagnia di amici, si partiva per sortite fotografiche improvvisate, alla maniera della gita fuori porta di Ghirri, e ovunque si andava si consumavano pellicole su pellicole. Trasferitomi a Bologna per la magistrale in Antropologia, avevo la macchina fotografica sempre in mano – e alla Yashica si aggiunsero una Olympus XA, 35mm tascabile a obiettivo fisso, e una Nikon F90x, attrezzo fin troppo serio e ingombrante. Gran parte dei miei trascorsi bolognesi sono impressi, in modo più o meno nitido, in un numero imprecisato di rullini che prima o poi finirò di digitalizzare. Per la tesi di laurea intrapresi poi una ricerca sul campo nel cratere sismico del centro Italia, e in particolare nel versante marchigiano. È in quel momento che ho iniziato a scattare con maggiore consapevolezza, cercando di sperimentare un dialogo, al tempo acerbissimo, tra pensiero testuale e pensiero visuale. A partire da quel momento, l’attività di ricerca per me è sempre stata mediata dal mirino di un obiettivo e da una sorta di serendipidità etnografica che riesco a trovare solo grazie allo sguardo fotografico. Ciò detto, il mio livello è rimasto mediocre direi, non sono un fotografo, ma uno scrittore o ricercatore che prova a pensare anche per immagini.
Gran parte del tuo lavoro fotografico è legato alla laguna di Goro. Che tipo di relazione si è sviluppata, nel tempo, tra il tuo sguardo fotografico e questo paesaggio
Non so se è l’espressione più adeguata, ma lo definirei come un rapporto di riconoscimento. Sulla Sacca di Goro avevo puntato il dito, in maniera casuale, alla mia prima visita nel Delta, dopo aver percorso in bicicletta l’argine maestro del Po. Il primo ricordo che ho è il colore torbido e verdognolo delle sue acque, le lievi increspature accarezzate dal vento di Scirocco, l’orizzonte sfumato nel suo incontro con le acque salate dell’Adriatico, che chissà dove iniziava di preciso mi chiedevo. Mi è sempre piaciuto fermarmi a guardare il movimento dell’acqua e la laguna, in questo, aveva un che di ipnotico e insondabile, che ho cercato in vari modi di catturare. Viverla attraverso le parole e le pratiche della comunità locale è stato poi un privilegio unico, sia per trovare una dimensione di intimità ambientale con questo paesaggio, sia per interrogarne la sua relazionalità umana e non, con tutte le criticità che questo sottende. Nelle immagini che ho scattato ho sempre cercato di attestare e riconoscere, appunto, una laguna che è soggetto vivente a tutti gli effetti, con una propria biografia e un proprio divenire polifonico, talvolta imprevedibile o ineffabile – poetico, ecco. E in fondo è proprio su questo punto che batte maggiormente il mio lavoro di ricerca, cioè nel ribadire la parzialità dell’eccezionalismo umano e nel sottolineare i limiti immaginativi a cui un certo pensiero antropocentrico conduce in modo irrimediabile.
Nel libro Nature ribelli compare anche la figura di Luciano, un pescatore con cui hai instaurato un dialogo durante la ricerca. Che tipo di rapporto si è creato con lui e in che modo la fotografia ha accompagnato questo incontro? Esistono immagini che senti particolarmente legate alla sua storia?
Come in ogni esperienza di campo, spesso si instaurano rapporti umani che vanno ben oltre lo scambio di informazioni o la compresenza dell’osservare e vivere un luogo. A Goro ho avuto modo di conoscere persone a cui sono ormai legato da un rapporto di affetto e amicizia genuina. Alcune di loro hanno poi avuto un ruolo fondamentale per la condivisione di certe sensibilità, memorie e sentimenti con cui il senso di questo luogo si è fatto sempre più intimo e ricco di sfumature. Luciano, che per la verità è un nome di fantasia, appartiene a questo genere di persone: un pescatore della vecchia guardia, un uomo che sotto un apparente scorza ruvida e taciturna custodisce un animo gentile, accarezzato dalla nostalgia e da un certo idealismo mai sopito. Il nostro è stato un incontro fortuito e proprio nella fotografia, di cui è un raffinatissimo cultore, ha trovato radici solidissime: spesso, per farmi conoscere le particolarità di Goro o del Delta, mi mostrava libri di fotografi e artisti che avevano attraversato il territorio – un racconto per immagini che si mescolava a ricordi e aneddoti personali, e che poi trovava ancora più vividezza nel percorrere insieme la topografia, diciamo, dei suoi trascorsi. Una sera mi mostrò una foto di suo padre, appesa nel corridoio della sua casa: un volto segnato dalla fatica, dal lavoro in mare e in laguna, ma percorso da un sorriso dolcissimo e sereno. «Questo era mio padre, un pescatore» mi disse Luciano. E nei suoi occhi, oltre a un pizzico di commozione, c’era un orgoglio profondissimo, un qualcosa di così viscerale che non può essere descritto a parole.
Tra le immagini che emergono dal tuo lavoro ci sono anche le reti da pesca: strumenti di lavoro, ma anche strutture visive e quasi architettoniche nel paesaggio della laguna. Che cosa ti affascina di questi oggetti e del loro rapporto con la pesca tradizionale?
La pesca in laguna con le reti costituisce un bagaglio culturale e tradizionale incredibile a Goro. Con la rivoluzione della vongola, questo mestiere è andato quasi perso, ma per mia fortuna ho potuto conoscere alcuni pescatori che ancora praticano questa tecnica di cattura, conservandone il saper-fare. La rete da posta è affascinante perché allude a un gioco di interazione e riconoscimento mai uguale a sé stesso, non ripetibile con la certezza matematica del risultato. È ecologia popolare applicata, un sapere che riconosce l’agentività del non umano, una scienza che metodologicamente richiede al pescatore di “pensare come un pesce” – per usare l’espressione di un vecchio pescatore goranto –, riconoscendone quindi la soggettività e la capacità immaginativa. Fare le reti, rammendare le reti, posare le reti, raccogliere le reti: ogni operazione cela una dimestichezza personale e generazionale che investe poi tutta la dimensione lagunare, dai fenomeni meteoclimatici e stagionali ai movimenti delle specie, fino al rapporto con le acque del fiume da una parte e quelle del mare dall’altra. E il tutto si risolve in una sfida che è preclusa alla vista: la rete è nascosta dalle quinte dello specchio acqueo. La tattica e l’attesa si giocano nell’invisibile, su un fondale che si trasforma in architettura volatile, cioè mutevole, modificabile, ricomponibile, eludibile. Un’architettura che, quando le reti sono depositate sui margini dei canali o a ridosso del canneto per asciugare, si fa anche segno estetico di un paesaggio ibrido, in cui è impossibile tracciare la soglia definitiva tra natura e cultura.
Nel libro racconti anche i tuoi primi sopralluoghi nella laguna di Goro nel 2021. Se dovessi confrontare la prima volta che sei arrivato lì con le visite più recenti, quali trasformazioni ti hanno colpito di più? E come si inserisce, in questo contesto, il processo che definisci di “tropicalizzazione” della laguna?
Direi che i cambiamenti più evidenti sono dati dalla crisi suscitata dalla presenza del granchio blu dell’Atlantico, deflagrata in maniera eclatante nel 2023. Al mio arrivo nel 2021, la Sacca rifletteva l’assetto colturale e industriale imposto dall’allevamento della vongola, laddove lo spazio lagunare era letteralmente concepito come una rigida infrastruttura reticolare, disegnata dalle geometrie delle concessioni demaniali – gli orti, in gergo locale – assegnate a ciascuna cooperativa per la “coltivazione” della vongola filippina. Oggi, questo assetto è sostanzialmente collassato e attesta in modo anche drammatico gli effetti del surriscaldamento globale e delle sue dinamiche, che attraversano scale decisamente più che locali. La tropicalizzazione degli ecosistemi del Mediterraneo sta innescando brusche riconfigurazioni biogeografiche, con migrazioni e proliferazioni di specie alloctone – non uso il termine “invasivo” per scelta – che evidentemente hanno impatti significativi sui nostri ecosistemi. Ciò che mi ha colpito maggiormente è l’ambivalenza con cui questa metamorfosi dagli esiti imprevedibili viene interpretata o negoziata localmente: da una parte c’è un irrigidimento culturale molto forte, che vorrebbe il ripristino a tutti i costi dell’industria della vongola, possibilmente con una soluzione tecno-scientifica che oggi appare implausibile; dall’altra, sta lentamente maturando la consapevolezza che l’impostazione monocolturale ed estrattiva è direttamente collegata alla crisi, nei termini in cui espone le vulnerabilità intrinseche di certi modelli di sfruttamento ambientale. E il paesaggio della laguna muta con questa ambivalenza: da una parte grandi recinzioni metalliche per proteggere gli allevamenti di vongole, dall’altra un incerto ritorno a una varietà di tecniche di pesca che erano state quasi dimenticate.
Dopo gli anni di ricerca confluiti in Nature ribelli, quali sono le tracce più forti che questo lavoro ha lasciato in te — sul piano umano, scientifico o anche personale?
La ricerca etnografica sembra non avere mai fine e, per la verità, spesso prescinde dalla conclusione naturale dei percorsi accademici o istituzionali in cui è calata. In tal senso, se da un lato Nature ribelli rappresenta certamente la chiusura di un capitolo di lavoro scientifico, dall’altro i legami che si sono instaurati con questo territorio, con i suoi luoghi e le sue storie umane e non, investono inevitabilmente la dimensione personale e biografica. C’è una sorta di tensione inspiegabile che mi porta continuamente a quello spazio e a tutto ciò che ancora vorrei conoscere e magari, in futuro, continuare a raccontare, in forme probabilmente diverse da quelle dell’indagine accademica. Il viaggio alle foci del Po, nell’ambito del mio dottorato di ricerca, ha avuto un’importanza enorme per me – è un qualcosa di cui mi rendo conto solo a posteriori, con la lucidità data da circostanze successive e più recenti, come essere diventato padre. Accanto agli interessi scientifici che mi hanno stimolato sin dall’inizio, devo riconoscere che l’esperienza dell’altrove nel Delta è stata per me formativa a tutti gli effetti, una sorta di pedagogia etnografica che ha mi ha aiutato a maturare sensibilità e idee cui sentivo di dover dare forma, per l’appunto. E oggi cerco semplicemente di prendermi cura di questo bagaglio, nei modi più opportuni, coltivandone le relazioni e i significati.
Come sei arrivato per la prima volta nella laguna del Delta ferrarese? Ci racconti l’inizio di questa indagine e il momento in cui hai capito che questo territorio sarebbe diventato centrale nella tua ricerca?
Io sono arrivato nel Delta del Po da foresto vero e proprio, come direbbero da quelle parti, cioè come uno straniero, ignaro di molti aspetti e peculiarità locali che avrei scoperto solo tempo dopo. La mia ricerca di dottorato, infatti, avrebbe dovuto portarmi alle foci di un altro fiume, il Mekong, in Vietnam. La pandemia, tuttavia, aveva resto impraticabile il viaggio, così si rese necessaria una ripianificazione dell’ultimo minuto. Ammetto che tutto questo, inizialmente, fu quasi demoralizzante. Devo però ringraziare la mia guida, il Prof. Mauro Van Aken, per avermi stimolato a fare dell’imprevisto un’opportunità fertile e generativa. Già da tempo guardavo alla Valle del Po e al suo delta con curiosità e fascinazione – uno sguardo condiviso con alcuni amici durante quei primi anni di giochi fotografici, che non a caso ci avevano portato lungo le rive del grande fiume nella Bassa. Non restava dunque che assecondare il corso delle cose: presi la mia bicicletta e, dopo aver raggiunto Mantova in treno, percorsi tutto l’argine maestro fino alla foce, stabilendo in modo del tutto aleatorio (puntando il dito sulla mappa) la destinazione finale – la Sacca di Goro. La scarsa preparazione “scientifica” sul contesto è stata paradossalmente fruttuosa: sin da quel primo sopralluogo nel settembre del 2021, mi ritrovai a indossare un utilissimo spaesamento, con cui presi a interrogare tutto ciò che catturava la mia attenzione, libero da quell’habitus progettuale con cui spesso il ricercatore arriva credendo di aver già le domande giuste in tasca. In ogni caso, oltre a un paesaggio lagunare vivo e inquieto, che alludeva a una storia e un divenire affatto banali, sono state le persone incontrate a convincermi della bontà di questo imprevisto. Nella Sacca di Goro, nella sua microstoria capovolgente e nel suo presente di crisi eco-culturale, credo si possa leggere tutta la complessità dei fenomeni che attraversano la contemporaneità, tanto sul piano delle fragilità dei modelli umani quanto su quello delle difficoltà a immaginarsi in un futuro alternativo. Al netto di quello che riesce o non riesce a trasmettere il mio lavoro in Nature ribelli, questo tipo di lettura è prerogativa eccellente dell’antropologia, una disciplina che in tempi recenti sta vivendo un rinnovamento davvero sorprendente.
Francesco Danesi della Sala è Dottore di Ricerca in Antropologia Culturale e Sociale. Si occupa principalmente di tematiche ambientali e crisi climatica. È fondatore e direttore editoriale di Alea, rivista indipendente di pratiche antropologiche. É autore di Nature ribelli. Viaggio nella metamorfosi climatica alle foci del Po (wetlands, 2025).