di Alberto Barbera
(...)Venezia, come ricorda l’autore, «è una città decantata, dipinta, raccontata, fotografata e immortalata in un migliaio di film, così tanto che forse ne abbiamo perso la vera sostanza». Questa considerazione è il punto di partenza di un’analisi che, con la lucidità di un entomologo intento a osservare una specie particolarmente evoluta nella costruzione di trappole per l’occhio e per la mente, ambisce a rispondere alla domanda: come si fabbrica un mito? O meglio, e più precisamente: come si è costruito, affermato e perpetuato il mito di Venezia? Nelle sue radici, che partono dall’Ottocento, si ritrova «il sogno di Venezia» che non è una metafora ornamentale, ma una tesi. Venezia, nel libro di Ghigi, è una città che è stata trasformata in sogno, confezionata come un sogno, distribuita come un sogno, consumata come un sogno, da una catena ininterrotta di mediatori culturali che va dai vedutisti del Settecento agli algoritmi dei social media del terzo millennio. Una città «costruita da scrittori più che da muratori, da pittori più che da architetti, fatta di parole più che di mattoni», per dirla con Regis Debray, evocato in esergo da Ghigi.