“Al sanatorio, mi innamorai di una ragazza…” | Pangea 09.06.26
Tra il 1909 e il 1920, Franz Kafka visita l’Italia quattro volte. Di questi viaggi ci restano: gli aeroplani di Brescia; una fotografia in cui K, seminudo, al Lido di Venezia, ride; una misteriosa diciottenne svizzera, G. W., di esangue bellezza, con cui K flirta nel sanatorio di Riva; una manciata di lettere incendiare scritte a Milena da Merano (“Le tue lettere sono un fuoco”, scriveva, consegnando alla parola fuoco un nitore asciutto, ascetico).

Combinati assieme, questi elementi compongono un affascinante – e spiazzante – Romanzo Kafka. Secondo Benjamin Balint, kafkologo di genio – autore, tra l’altro, nel 2018, di Kafka’s Last Trial, studio sul destino romanzesco dei manoscritti kafkiani –, l’Italia perfeziona la vocazione di K. “I viaggi italiani di Kafka non sono interruzioni nella sua opera, ma prolungamenti di quella stessa opera all’interno di un altro mezzo espressivo”, scrive in Kafka in Italia, studio delizioso edito da Wetlands.

Die Aeroplane in Brescia, pubblicato il 29 settembre del 1909 sulla rivista praghese di lingua tedesca “Bohemia”, è tra i primi scritti di K in assoluto. Presso il campo di aviazione di Montichiari, poco lontano da K, spiccava, per sempre dionisiaco, Gabriele d’Annunzio.

I viaggi italiani riassumono e ricompongono tutti i temi di K: la malattia e l’ossessione verbale, l’amore enigmatico e quello passionale, la quiete e la mania. La fuga. Il ritorno. L’attesa. Tornato a Praga dall’Italia, nel 1913, K scrive a Felice una lettera feroce, “Una convivenza durevole non è possibile per me senza menzogna come non lo è senza verità”. Rispetto all’Italia ritratta da tanti scrittori – Thomas Mann e Rainer Maria Rilke, ad esempio – quella di Kafka è un chiodo di luce, è un guerriero luminoso che ti fa lo scalpo. Immaginare K a Stresa, nel 1911, sulla riva del Lago Maggiore è come leggere Un messaggio dell’imperatore. Chiunque sia stato su quel lago sa l’innocenza che diventa drago, sa che il solo modo di proteggere, a volte, è inghiottire. Quel lago non rispecchia, infrange, rompe lo specchio.  

In qualche modo, il vagabondaggio italiano di K sovverte l’incancrenita idea che ci siamo fatti dell’aggettivo “kafkiano”. Dunque, abbiamo contattato Balint.