Il sorriso e il processo | Rocca 14.06.26
Quando Einaudi, nel 1983, propose a Primo Levi di tradurre Il processo, Levi dichiarò di ammirare Kafka senza amarlo, di temerlo come «una grande macchina che ti viene addosso». Sopravvissuto ad Auschwitz, riconosceva nelle pagine dello scrittore praghese una straordinaria capacità di cogliere i meccanismi della violenza burocratica che avrebbero segnato il Novecento. L’arresto immotivato di Josef K. richiamava inevitabilmente quello arbitrario che aveva inaugurato la sua deportazione. Non sorprende dunque che Benjamin Balint, nel raccontare il rapporto tra Kafka e l’Italia, dedichi ampio spazio anche all’eredità culturale lasciata dallo scrittore nel nostro paese, citando, tra gli altri, Primo Levi.

di Alfredo Imbellone

Kafka in Italia. I viaggi e l’eredità culturale, pubblicato dalla veneziana wetlands nell’ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria sostenute dalla Regione Veneto, nasce però da un’immagine ancora prima che da una ricerca letteraria: l’unica fotografia che ritrae Kafka sorridente. Lo scatto fu realizzato al Lido di Venezia nel settembre del 1913. Balint apre il libro proprio da quella fotografia, osservandola come un documento che sembra avvicinarci allo scrittore ma che, nello stesso tempo, continua a sottrarlo alla comprensione. Quel sorriso, così diverso dall’icona abituale del Kafka tormentato e notturno, diventa il punto di partenza per interrogarsi sul rapporto tra visibilità e invisibilità, esposizione e cancellazione, interpretazione e mistero. La fotografia non rivela Kafka: semmai mostra quanto egli continui a sfuggire a ogni definizione definitiva.

Ancor prima di Levi, e poi accanto a lui, l’attenzione per la componente ebraica dell’opera kafkiana ha caratterizzato precocemente la ricezione italiana dello scrittore. Italo Svevo, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, Elsa Morante, Eugenio Montale e numerosi altri autori hanno contribuito a costruire una tradizione di lettura che permette di parlare di una vera e propria presenza kafkiana nella letteratura italiana del Novecento (cosa che peraltro si potrebbe riscontrare anche in altre letterature europee e finanche mondiali, tale è il segno che lo scrittore praghese ha lasciato). Kafka non è stato soltanto tradotto e commentato: è stato assimilato, reinterpretato e trasformato in un interlocutore costante della nostra cultura letteraria.